Oscillare tra velocità e lentezza rimanendo vivi

Stamattina, mentre mi scapicollavo a lavoro – dopo essermi svegliata di corsa, aver buttato giù dal letto i miei figli, preparato la colazione e la merenda, aver servito la pappa e l’acqua al cane, caricato e avviato la lavastoviglie, steso la lavatrice che avevo fatto nottetempo, scongelato cibo dal freezer per la cena, essermi messa in auto, aver lasciato prima Figlia e poi Figlio davanti alle rispettive scuole – mi è rimasta incastrata questa frase di Kundera, letta da non so quale speaker di non ricordo quale stazione radio; non sono neppure così certa fosse proprio di Kundera, quello che so è che elogiava la lentezza, il riappropriarsi degli istanti e della consapevolezza del presente.

Una faccenda, questa della consapevolezza del presente, che occupa le mie riflessioni da molto tempo. In realtà mi rendo conto di vivere su un doppio binario: mentre corro, annaspo, inciampo, sbuffo e mi dimeno nella mia convulsa quotidianità, rifletto sugli ineffabili momenti irripetibili e la caducità del presente. Perché? Non lo so, la mia vita è un ossimoro. Amo la cioccolata fondente, disdegno quella al latte e mi ucciderei di quella bianca, non mi piacciono i cibi zuccherati e poi picchierei per avere la pasta di mandorle, sono moderatamente parsimoniosa e poi sputtanerei stipendi in libri e viaggi. Adoro la velocità in macchina (non per strada, mamma stai tranquilla) e poi mi iscrivo a yoga.

Ma, a parte me che evidentemente non so stare “nel mezzo”, devo gestire la mia molteplicità ontologica e oscillo sempre tra delirio e ozio contemplativo, trovo che recuperare lentezza, riappropriarsi di tempi di riflessione o semplicemente di riposo, sarebbe uno di quegli obiettivi da perseguire con estrema tenacia. Perché poi non riesca, rimane un mistero.

Perciò vi chiedo: quand’è che ci hanno fregati? Quando abbiamo smesso di dare valore al nostro tempo? E voi, come fate?

E con queste sagge domande, di cui solo in parte ho le risposte, mi ributto nel ciclone.

Perché il mio nome è CoerenzAHAHAHAH.

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6 risposte a "Oscillare tra velocità e lentezza rimanendo vivi"

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  1. Me lo chiedo ogni giorno: perché abbiamo smesso di dare valore alla lentezza? Perché se non ho fretta devo comunque correre? Perché anche di domenica si vedono in giro pazzi esagitati che sembra debbano raggiungere il più vicino pronto soccorso?
    Perché da quando è diventato normale possedere un cellulare devo sempre essere disponibile? Perché non posso spegnerlo, anche per giornate intere, magari perché, banalmente, sono in ferie?
    Probabilmente è conseguenza della nostra società consumistica, che pretende da tutti il “tutto e subito”.
    E da tutti si sente ripetere che il tempo fugge, che i mesi e gli anni scorrono velocemente, che non si ha più tempo per sé… Forse è il caso di cominciare a rivalutare il significato della lentezza…

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  2. Quando abbiamo permesso a qualche evento inaspettato di anestetizzarci emotivamente. Tuttavia esiste il risveglio..e meno male! Si riaprono gli occhi e le emozioni, si curano di più i dettagli sfruttando al massimo il nostro tempo. Ma è un fatto ciclico. Basterebbe trovare un equilibrio sano e costante, tanto per restar coerenti. Così di getto è quel che ho elaborato, ma la domanda è legittima e merita più ascolto. Grazie

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  3. La mia famiglia è divisa fra chi ha sempre fretta e chi sa aspettare, con vari estremi. Mia madre è quella che la domenica mattina, quella volta ogni 6 mesi che ero a casa dall’università, mi svegliava alle 8.30 gridando che era tardi. Mio padre potrebbe stare fermo a osservare una roccia per ore. Io somiglio più a mio padre, ma ho imparato la fretta, da adulta – e non credo mi piaccia.
    Mi son toccate in sorte una primogenita contemplativa e una secondogenita che se non ci sbrighiamo sgrida anche noi genitori.
    Però rimango convinta che la mia vera vocazione sia l’agricoltura, le cose che crescono lentamente

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